1848: Italiani uniti per la libertà - seguirà dopo qualche anno l'Unità d'Italia - SIA Sistema Italiano Autodifesa

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1848: Italiani uniti per la libertà - seguirà dopo qualche anno l'Unità d'Italia

Storia
I VOLONTARI DELL’ESERCITO DEL RE BORBONE IN DIFESA
DELLA REPUBBLICA DI SAN MARCO

Nel 1848 si ebbero una serie di moti rivoluzionari che cominciarono a gennaio con la rivoluzione siciliana che portò Ferdinando II di Borbone a promulgare la costituzione (29 gennaio), seguito da analoghi provvedimenti di Leopoldo II di Toscana (17 febbraio), Carlo Alberto re di Sardegna (statuto Albertino del 4 marzo) e di papa Pio IX (statuto del 14 marzo). Da marzo le rivolte divamparono anche nell’impero austriaco dove Milano (le cinque giornate) e Venezia (la repubblica di San Marco) si ribellarono al potere degli Asburgo.
I combattimenti furono particolarmente aspri a Milano, dove il comandante dell’esercito del Lombardo-Veneto, il maresciallo austriaco Josef Radetzky, fu costretto ad abbandonare la città.
Il giorno dopo la conclusione delle cinque giornate di Milano, il 23 marzo 1848, il re di Sardegna Carlo Alberto mosse guerra contro l’impero austriaco. Egli fu probabilmente spinto dal tentativo sia di evitare una rivoluzione nel proprio stato, volendo apparire come un monarca liberale, sia di sfruttare quest’occasione per ingrandire il proprio regno. Iniziò così quella che viene chiamata "prima guerra d’indipendenza". Tutti i monarchi d’Italia aderirono alla guerra contro l’Austria inviando un contingente militare verso il Lombardo-Veneto, ma senza una grande convinzione. L’esercito pontificio, con un contingente di 18.000 uomini (con circa 900 soldati della cavalleria e 22 cannoni), il Granducato di Toscana mandò un corpo di circa 6.000 uomini, parte di truppe regolari, parte di volontari, dalle Due Sicilie partirono 11.000 soldati al comando del generale Guglielmo Pepe. Le truppe napoletane arrivarono sul teatro di guerra solo a metà maggio quando, in procinto di attraversare il Po da sud, ricevettero l’ordine di tornare indietro perchè il re Ferdinando II doveva riconquistare la Sicilia che la rivoluzione aveva consegnato il 26 marzo 1848 a Ruggero Settimo.
I generali napoletani Pepe e Mezzacapo non vollero però abbandonare i veneziani e così disobbedendo all’ordine del loro re insieme ad un migliaio di soldati, si unirono ai veneziani assediati combattendo e morendo con altri volontari. Per diversi ufficiali borbonici non fu facile prendere una decisione, drammatico fu il caso del colonnello Carlo Francesco Lahalle che, diviso fra obbedire al proprio re ed aiutare i veneziani, si suicidò. In questa situazione, sotto la guida del generale Guglielmo Pepe e la partecipazione di giovani quali i fratelli Luigi e Carlo Mezzacapo, Enrico Cosenz, Cesare Rosaroll, Girolamo Calà Ulloa e altri, una piccola parte del corpo napoletano raggiunse Venezia, dove darà il suo contributo a favore della repubblica di San Marco fino al termine della guerra. Per 18 lunghissimi mesi, i miliziani dello stato Marciano resistono, da soli, agli assalti delle truppe asburgiche con continue e improvvise incursioni grazie soprattutto al coraggio, alla disciplina e alle competenze militari dei soldati napoletani.
I volontari duosiciliani si distinguono nel sorprendente attacco al villaggio del Cavallino, nella coraggiosa presa del Forte Marghera di Mestre, nella strenua difesa di questa importante roccaforte sulla terraferma e, infine, nell’eroica ultima resistenza della città lagunare, bombardata senza sosta per ventiquattro giorni. L’artiglieria austro- ungarica tirò ininterrottamente sulla città oltre ventitremila proiettili.
Peraltro, il primo bombardamento aereo della storia avvenne proprio durante l’assedio: il colonnello Uchatius organizzò un attacco con una catena di palloni aerostatici che trasportati dal vento sopra le posizioni dei veneziani, avrebbero dovuto lanciare delle bombe a miccia lunga, composte con delle sfere di metallo riempite di polvere da sparo, pece, olio e 500 pallettoni da fucile. Fortunatamente, i calcoli non si rivelarono così precisi, e le correnti aeree portarono l’attacco fuori obiettivo, tra le acclamazioni della folla che salutò così, assieme allo scampato pericolo, l’insolito spettacolo
Negli scontri, perdono la vita, tra gli altri, il poeta Alessandro Poerio e Cesare Rossaroll.
Venezia si arrende il 22 agosto del 1849 per le cannonate, la fame e una violenta epidemia di colera. Per i maggiori esponenti della repubblica si spalancano le porte dell’esilio. Anche il generale Guglielmo Pepe e i napoletani sopravvissuti devono lasciare la città dei dogi. L’insubordinazione all’ordine del re, non consente loro di ritornare a Napoli e sono costretti all’esilio.
Oggi, i nomi dei volontari napoletani della repubblica veneta di San Marco sono ricordati, oltre che dal monumento di Calle Larga de l’Ascension a Venezia, dalla toponomastica di Mestre: via Guglielmo Pepe, via Alessandro Poerio, via Cesare Rossarol, via Enrico Cosenz e via Girolamo Ulloa.
Due lapidi e bassorilievi ricordano il memorabile, spesso ignorato, contributo dei circa duemila volontari napoletani che andarono a combattere tra il 1848 e il 1849 a difesa della repubblica di San Marco, al comando del generale Guglielmo Pepe, dopo aver combattuto con valore durante la prima guerra d’indipendenza in Lombardia, specialmente nello scontro di Curtatone e Montanara del 29 maggio 1848. Tra gli ufficiali che guidavano i volontari c’era Errico Cosenz che nella difesa di Venezia fu ferito ben quattro volte, meritando riconoscenza e riconoscimento tanto che uno dei forti della terraferma intorno a Mestre è a lui intitolato, come ad altri protagonisti napoletani, alcuni dei quali diedero la vita.
 
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