I primi Reparti Speciali "Gli Arditi" - SIA Sistema Italiano Autodifesa

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I primi Reparti Speciali "Gli Arditi"

Storia
L’EREDITÀ DEGLI ARDITI
(di Paolo Palumbo) 17/03/17


Quando si parla degli arditi vengono subito in mente due cose: la prima è Govanni Messe, la seconda è il Col Moschin. Giovanni Messe fu il glorioso comandante del X reparto d’assalto il quale divenne celebre per le sue imprese nel 1918 quando, un manipolo di uomini valorosi, espugnò il colle Fenilon, il Col Moschin e il Fagheron scalzando gli austro ungarici dalle loro posizioni. Episodi celebri, narrati dalla storiografia coeva e posteriore, con un'enfasi quasi imbarazzante sulla gloria dei soldati italiani e il loro coraggio. Di quelle parole, spese talvolta a sproposito dalla propaganda fascista, c’era molto di vero e autentico. Gli uomini che combatterono per Messe erano veramente un’accozzaglia di gente straordinaria la quale si era stufata di aspettare il nemico, preferendo uscire dalle trincee per andare a stanarlo. L’esperimento “arditi” fu così una delle cose migliori che l’esercito italiano produsse durante la Prima Guerra Mondiale, ciò nondimeno – come spesso accade nella nostra storia – terminata l’urgenza e il bisogno di gloria, gli uomini di Messe diventarono scomodi, elementi da condannare all’oblio. La macchina propagandistica di Mussolini risollevò dalle ceneri la memoria dei reparti d’assalto, ma lo fece a suo uso e consumo, strumentalizzandone il significato, permeandolo di un bieco opportunismo scaturito dall’esigenza di creare il mito di un Italia guerresca e guerrafondaia. Del vero senso di essere ardito, del suo innovativo modo di combattere non si parlò più e allo Stato Maggiore si guardarono bene dal farlo. La guerra in Africa e le continue sconfitte cagionate dalle forze speciali britanniche di David Stirling, convinsero Roma a creare un gruppo analogo, dedicato alla guerra “oltre le linee nemiche”. Fu così che nacque il X Arditi (al comando del colonnello Renzo Gazzaniga) che nel complesso fu un’esperienza disastrosa, non tanto per la qualità dei soldati – arditi nell’animo e audaci nell’azione – quanto per l’impreparazione palesata dallo Stato Maggiore nell’organizzare e pianificare i colpi di mano. I ragazzi del X venivano letteralmente mandati allo sbaraglio, con informazioni spesso errate e con risorse ridotte al lumicino.



L’armistizio dell’8 settembre spaccò in due il paese, ma anche il X reparto che si divise tra coloro che combatterono per gli alleati (battaglione di Guido Boschetti) e quelli che si schierarono con la Repubblica Sociale (al comando di Vito Marcianò). Dei primi sappiamo molto, dei secondi – ovviamente – quasi nulla. La fine della guerra trasformò i rimasugli dell’Regio Esercito in un mostro inguardabile dal quale stare lontani il più possibile. Paracadutisti, arditi, marinai della X MAS subirono la damnatio memoriae dalla politica, ma cosa ancor più grave della gente comune che iniziò a vedere in quell’uniforme un simbolo di vergogna.

La nascita della NATO, le contingenze politiche internazionali e l’appoggio degli Stati Uniti indussero il governo italiano a mutare pensiero sul mondo militare. L’Italia, data la sua posizione strategica, doveva avere un esercito, ma non solo. Gli alleati chiedevano efficienza e preparazione e gli unici a garantirlo erano i reparti paracadutisti composti da molti ufficiali che avevano trascorso giorno e notte nella sabbia di El Alamein. In questo contesto rincominciarono le attività del Centro militare paracadutismo di Viterbo, all’interno del quale nacque il Plotone Speciale voluto dal Tenente Franco Falcone. La parola “speciale” si riaffacciò con discrezione nel panorama militare italiano. Nessuno doveva sapere niente, i primi sabotatori erano clandestini, “gente – come li ha ricordati il generale Marco Bertolini – in cerca di rogne” che non si contentavano di quanto riportato nei manuali militari ufficiali. Da questa irrequietezza, nacquero così i sabotatori che dagli anni Cinquanta agli anni Settanta diedero prova di grandissime capacità, riconosciute più all’estero che in patria.



Erano dunque loro gli eredi degli arditi?

Il dubbio sulla paternità delle forze speciali dell’esercito – un “falso problema” – ha scatenato un dibattito storico militare che ha visto contrapporsi due linee di pensiero. La prima sosteneva che gli arditi fossero un’esperienza terminata nel 1918, priva di ogni nesso con gl’incursori di oggi, dall’altra in molti intravedevano una “linea di continuità” morale tra i ragazzi di Messe e gli uomini della Vannucci.

Il legame tra arditi e incursori va oltre le date, i fatti o le leggi che regolano gli uomini in divisa. Nella prima guerra mondiale gli arditi non vinsero da soli: la fanteria – “regina delle battaglie” – versò un contributo di sangue di gran lunga superiore alle Fiamme Nere; ciò nondimeno il significato dei reparti d’assalto va letto in modo diverso, quasi “filosofico”, scavalcando il concetto della battaglia fine a se stessa. Sebbene gli arditi fossero in pochi, il loro coraggio funse da motore spirituale per interi reparti di fanteria i quali godevano dell’eco glorioso delle loro gesta, bramando di seguirli e stare al loro passo e comprendendo che per vincere bisognava spingersi fuori dalla terra e dal fango delle putride trincee. Gli uomini di Messe sradicarono le datate convinzioni dottrinali di uno Stato Maggiore fedele ai dettami di von Clausewitz, attaccato al concetto delle grandi masse di fanteria da spostare come in un sanguinoso kriegsspiele . Gli arditi ruppero schemi e metodi consolidati, ma obsoleti e lo stesso – anni più tardi – fecero i sabotatori di Acconci i quali, con pochi mezzi e tanto coraggio insinuarono nella diffidenza dello Stato Maggiore l’efficacia di nuove tecniche, cogliendo tutte le sfumature di un mondo militare in continua evoluzione.


Il tenente Carlo Sabatini e i suoi Arditi del V reparto d'assalto appena decorati dopo l'azione sul Monte Corno del 13 maggio 1918

Ecco perché gli arditi sono considerati giustamente gli avi degli incursori. Non c’entrano le uniformi, gli stendardi, i simboli (sebbene abbiano una parte fondante anche per i ragazzi di oggi), quello che realmente fa da ponte è l’atteggiamento mentale, la voglia di mettersi alla prova, di superarsi e di competere con se stessi e con i migliori al mondo. Oggi i ragazzi del 9° Col Moschin non sono solo atleti con lo zaino, ma uomini con un’intelligenza brillante, un’apertura ed un’elasticità mentale non comune, con grandi doti di problem solving e di adattamento estremi. Come furono gli arditi e poi i sabotatori negli anni trascorsi, gli incursori del Nono sono i figli migliori di questo tempo.




 
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